23/02/2009

Allergie ai peli degli animali

Il gatto vi fa starnutire? Potrebbe trattarsi di allergia. Una situazione che, secondo alcuni studi epidemiologici, ha una frequenza che varia dal 5 al 38% e che non riguarda solo chi possiede animali, visto che il 52% delle persone allergiche agli animali non ne ha mai avuto uno. I numeri non devono stupire, se si considera l’incremento della popolazione animale domestica negli ultimi anni, al punto che ormai una famiglia su tre possiede un animale da compagnia. Ma quali sono i principali colpevoli e perché?
In testa c’è indiscutibilmente il gatto. Del resto si tratta dell’animale che vive, probabilmente, a più stretto contatto con gli abitanti della casa. Gli allergeni nel gatto sono molto numerosi , il principale, il FELdl viene prodotto dalle ghiandole sebacee e in misura minore dalle cellule epiteliali squamose basali e si accumula soprattutto sulla superficie dell’epidermide, nella forfora e nei peli. Concentrazioni elevate di FELdl si possono trovare in ambienti in cui vi sia la presenza di uno o più di tali animali domestici, ciò spiega l’insorgenza di manifestazioni cliniche improvvise e gravi in soggetti specificatamente sensibili, quando entrino in uno di questi ambienti. L’allergene del gatto si lega a particelle molto piccole in grado di disperdersi rapidamente nell’aria e di rimanere sospese per molte ore soprattutto in ambienti con scarso ricambio d’aria. Questo allergene inoltre tende ad accumularsi su tappeti, divani, poltrone e tendaggi da cui scompare molto lentamente, anche dopo l’ allontanamento dell’animale dall’ambiente domestico.
Il cane è responsabile di allergie piuttosto gravi ma in misura minore rispetto al gatto. La frequenza di sensibilizzazione varia a seconda delle razze canine. Sembra più frequente per il boxer e lo Schanauzer. Il principale allergene del cane è il CANfl che si trova nel pelo e nella forfora.
Molto comune è anche l’allergia al cavallo. Le allergie alla sua forfora si registrano quasi esclusivamente in soggetti esposti per motivi professionali (fantini, stallieri, veterinari) o in soggetti che praticano l’equitazione. Gli allergeni isolati dai derivati epidermici del cavallo sono, comunque, molto potenti, per cui le manifestazioni cliniche, soprattutto di tipo asmatico, sono molto gravi nei soggetti sensibili. Una novità recente tra i bimbi di città è l’allergia al coniglio, sempre più diffuso come animale da compagnia. Solo a Milano, è stato detto in un recente convegno internazionale, i pediatri hanno denunciato 60 casi sui 4 mila bambini visitati ogni anno. Recentemente è stata descritta, infine la bird-egg-syndrome, sindrome allergica osservata in soggetti che tenevano in casa canarini o altri uccelli. Un animale molto trendy come il furetto, invece, sembrerebbe poco pericoloso. Appartiene, infatti, alla famiglia dei canidi e produce poca forfora.
Perché si scateni la reazione allergica basta poco. Il contatto o la semplice presenza in un luogo regolarmente frequentato da esseri umani e da animali, possono innescarla. Le manifestazioni più comuni coprono l’intera gamma delle allergie respiratorie, dall’asma alle riniti, alle congiuntiviti e talvolta alle dermatiti. Una gamma di reazioni che, evidentemente, viene accresciuta se si trascura l’igiene del luogo frequentato dall’animale, poiché in questo caso l’allergene non viene eliminato dalle operazioni di pulizia. Le allergie, poi, assumono aspetti diversi a seconda degli individui: i soggetti immunodepressi, le persone anziane, i bambini o le donne in gravidanza sono i più vulnerabili agli allergeni. Che cosa fare perciò per proteggerli? Eliminare tutti gli allergeni integralmente non è semplice; è evidente, però, che per soggetti predisposti l’ideale sarebbe non tenere animali in casa. Se però non si volesse ricorrere a un provvedimento così drastico è opportuno lavare periodicamente l’animale, almeno una volta al mese e spazzolarlo in modo da eliminare il più possibile il pelo morto. Se l’animale entra in casa è preferibile, poi, confinarlo ad alcuni ambienti e, soprattutto non farlo mai entrare in camera da letto. Va anche detto che recenti studi europei hanno ribaltato alcuni luoghi comuni sugli animali domestici, arrivando a definire addirittura un effetto immunizzante, in particolare dei gatti, sui bambini; esponendo il bambino ad alte dosi di allergene fin dai primi giorni di vita è possibile che questo diventi tollerante. Animali sì, perciò, a condizione di rispettare le più elementari norme igieniche.

11/01/2009

Gli acari nei tessuti

acaro1.jpg

Un problema in continua crescita nei paesi occidentali è il notevole incremento delle malattie allergiche in particolare nei bambini.

Circa il 10-30% della popolazione presenta sintomi di una o più malattie di origine allergica: asma, rinite, congiuntivite, eczema.

L'aumento della malattia allergica riguarda soprattutto quelle provocate dagli allergeni (acaro, cane, gatto, muffa, scarafaggio )  presenti all'interno degli ambienti confinati (case, scuole, uffici, alberghi, etc.).

L'acaro è un microscopico animaletto difficilmente visibile ad occhio nudo che si trova prevalentemente nei materassi (qualunque materasso nuovo viene completamente colonizzato dagli acari in quattro mesi ), nei cuscini, nei tappeti, nei divani, nelle poltrone, etc.. Infatti è in queste sedi che l'acaro trova le condizioni ideali di sviluppo, cioè temperatura attorno ai 20° C e umidità relativa compresa tra il 60-80%.

A livello mondiale l'acaro è il singolo fattore più importante nello sviluppo dell'asma.

Più a rischio sono neonati e bambini, tra questi, l'allergia all'acaro costituisce oltre il 50% del totale delle manifestazioni allergiche, con un'incidenza del 10-15% nella dermatite atopica.

Gli allergeni del cane e del gatto, in particolare, si disperdono molto facilmente nell'ambiente e anche loro tendono ad accumularsi nei tappeti, divani, materassi, vestiti.

Ed è proprio depositandosi sugli indumenti che questi allergeni vengono trasportati ovunque. Questo fa si che anche nelle abitazioni dove non sono mai stati presenti animali si trovano concentrazioni elevate di allergeni.

E' stato dimostrato che riducendo il contatto con l'allergene si ottiene:
1. un netto miglioramento della malattia allergica;
2. la diminuzione  del rischio di sviluppare allergie a più sostanze;
3. di prevenire la comparsa di forme allergiche;

Diventa pertanto di fondamentale importanza una corretta profilassi ambientale.

L'impiego di un copricuscino e di un coprimaterasso, che non consentano il passaggio degli allergeni, si è dimostrato efficace e sicuro nel ridurre la concentrazione degli allergeni.

Di seguito vengono forniti alcuni consigli di tipo pratico sulle misure da adottare per ridurre le concentrazioni di allergeni presenti all'interno delle abitazioni.

  • Materassi e cuscini devono essere avvolti ermeticamente con opportuni tessuti che impediscano il passaggio dell'allergene ma che consentano contemporaneamente un buona traspirazione, se possibile evitare quelli con l'interno plastificato che non lasciano assolutamente traspirare;
  • Lavare copricuscini e coprimaterassi ogni due/tre mesi ad una temperatura di 60° C (a temperature più basse gli acari non muoiono);
  • Lavare settimanalmente lenzuola e federe a temperature superiori a 60° C
  • Evitare l'uso di tappeti o moquettes, se proprio non se ne può fare a meno, preferire quelli a pelo raso;
  • Evitare tappezzerie e tendaggi pesanti;
  • Poltrone e divani devono essere rivestiti con tessuto impermeabile agli allergeni;
  • Utilizzare aspirapolveri dotati di adeguati filtri che impediscano la diffusione nell'aria degli allergeni;
  • Cercare di mantenere un basso tasso di umidità ambientale ed una temperatura non superiore ai 20°C;
  • Ventilare con frequenza i locali;
  • Per le pulizie utilizzare un panno umido che non disperda gli allergeni nell'ambiente;
  • Preferire mobili lisci e facili da pulire;
  • Non tenere soprammobili, in particolare vanno evitati i pelouche.11.jpg

Tessuti europei

tessuti_sole.jpgIl periodo e le ragioni per cui gli uomini abbandonarono le pelli per vestirsi e iniziarono ad intrecciare fibre vegetali ed animali, rimangono ancora oggi sconosciuti. I primi ritrovamenti, avvenuti in Egitto ed in Sud America, laddove il clima particolarmente asciutto ha permesso una migliore conservazione dei tessuti, risalgono all’Era Mesolitica (circa 4600-3200 a.C.).

La più antica tra le fibre vegetali è certamente il lino. Il Linum Usitatissimum, pianta dalla quale, a seguito della macerazione delle fibre, è ricavato il tessuto, conosciuto nella regione dell’antico Egitto fin dal V millennio avanti Cristo, fu coltivato da Egizi, Fenici, Babilonesi e altri popoli del Medio Oriente che ne diffusero l’uso a Greci e Romani. A partire dal Medioevo la coltivazione del lino si diffuse in tutta Europa e le Fiandre, con il loro clima umido, ne divennero uno dei principali centri di produzione. Il dominio del lino rimase incontrastato fino all’inizio dell’Ottocento quando il cotone, con l’introduzione di nuovi telai che ne facilitarono la filatura, da prodotto pregiatissimo destinato all’alta nobiltà, divenne un prodotto di massa.

Il cotone, il cui termine deriva dall’arabo katun ovvero "terra di conquista", già presente prima del secondo millennio avanti Cristo in India ed anche in Perù, fu introdotto dai Saraceni prima in Sicilia nel IX Secolo e poi in tutta Europa attorno al 1300. Considerato un prodotto d’importazione, e per di più difficile da filare e tessere, rimase per lungo tempo un tessuto di lusso al pari della seta. In Europa famose erano le impalpabili stoffe di cotone indiano dipinte con tinture che apparivano gradualmente con il passare del tempo.

Gli Europei, al loro arrivo in America, trovarono il cotone coltivato e manifatturato nelle Indie Occidentali, nel Messico, nel Perù, nel Brasile. Erano colture che traevano origine dalle specie locali, diverse da quelle del vecchio mondo.

Le nuove tecniche messe a punto nel XVIII secolo permisero l’intensificare della coltivazione e, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti, l’invenzione della macchina sgranatrice o gin (1792), abbassando fortemente il costo di produzione, diede un forte impulso alla diffusione della coltura negli stati compresi tra l’Atlantico e la valle del Mississippi.

Oggi la coltivazione è diffusa nelle regioni tropicali e temperate calde di tutte le parti del mondo, dove si cerca continuamente d’intensificarla ed estenderla.

La seta, fibra ricavata dal filamento del bozzolo del cosiddetto "baco da seta" (Bombyx Mori), ebbe la sua origine circa nel 2600 a.C. in Cina o, secondo alcuni, in India. Di certo la seta cinese, ottenuta da un filo continuo lungo dai 600 ai 900 metri, era la più pregiata per struttura e colore. La seta indiana, al contrario, era prodotta utilizzando fibre corte perché non era conosciuto il sistema di bollitura e dipanatura dei bozzoli necessario ad ottenere un filo continuo. I Cinesi per centinaia d’anni custodirono gelosamente il segreto delle varie fasi della sericoltura: leggi imperiali punivano severamente coloro che lo rivelavano.

Gli occidentali credevano che la seta si ottenesse dalle fibre della parte interna della corteccia di un raro albero. Solamente con il declino dell’impero, la cerchia di coloro che erano a conoscenza di questa lucente fibra si allargò. All’inizio del II Secolo a.C. i mercanti percorrevano vie carovaniere dall’Oriente attraverso l’Asia Centrale fino ai porti del Mediterraneo per portare le preziose sete; questi percorsi presero il nome di "via della seta".

Nel 551 d.C. l’imperatore Giustiniano, per assicurarsi la fornitura di bachi da seta, inviò due monaci in Cina e questi fecero ritorno a Costantinopoli con bastoni di bambù riempiti di bachi da seta. Da allora cominciò la tradizione del baco in Occidente che da Costantinopoli si diffuse in tutta Europa. Nel 1140 il prezioso insetto entrò in Sicilia e, tra il 1300 ed il 1500, la produzione della seta in Italia raggiunse un notevole sviluppo grazie alla grande richiesta delle famiglie nobili che amavano indossare le splendide sete; Firenze, Milano, Lucca, e Venezia furono i principali centri di lavorazione.

Intorno al 1850, a causa di un’epidemia mortale che uccise i bachi da seta, il mercato occidentale subì un forte colpo e così l’Europa dovette sempre più dipendere dall’Estremo Oriente.

La filatura e la tessitura della lana si svilupparono dopo quelle delle fibre vegetali. Da ritrovamenti archeologici, risalenti a circa 5000 anni fa, risulta che la lavorazione della lana era diffusa in diversi luoghi, dalle Ande all’Egitto, dall’Asia Minore all’Europa Settentrionale.

Roma importava lana grezza dalla Grecia, dalle Gallie e dall’Africa per lavorarla nelle fabbriche dell’impero. La Spagna fu un grande centro di produzione e tessitura della lana e l’allevamento della pecora merino durante il XIV secolo segnò una grossa svolta nell’industria laniera. La morbidezza e la struttura sottilissima della fibra merino permetteva di realizzare stoffe damascate bellissime e resistenti. Questa razza fu introdotta in Francia ed in Inghilterra alla fine del Settecento, mentre in America arrivò solo dopo il 1800.

In Italia Firenze divenne la capitale tessile, ma fu la Francia il centro mondiale della lana, dove la fiera che si teneva a Champagne attirava venditori ed acquirenti da tutte le nazioni.

Due secoli fa dall’India arrivarono sui mercati europei scialli in lana, impalpabili e caldissimi con decorazioni floreali, provenienti dalla regione del Kashmir e ottenuti usando la lana delle pecore dell’Himalaya: il cashmere. Questo fatto obbligò i tessitori ad affinare la loro arte e trovare nuove soluzioni per dipingere le loro stoffe, ma queste non poterono gareggiare con la morbidezza e leggerezza dei nuovi tessuti cashmere.

Negli ultimi 100 anni i progressi della chimica e della tecnica hanno portato alla scoperta di nuove fibre artificiali e sintetiche. Le prime, come il rayon, sono derivate da sostanze organiche e riproducono artificialmente il procedimento chimico sviluppato dalla natura, ad esempio dal baco da seta. Queste fibre artificiali hanno trovato vasto impiego nell’abbigliamento femminile sostituendo fibre naturali quali la seta ed il cotone. Le fibre sintetiche (acriliche, poliammidiche e poliestere) sono prodotte con procedimenti chimici partendo da materie d’origine organica ed inorganica come i prodotti petrolchimici. Le fibre sintetiche sono usate in mescola con quelle naturali, ottenendo tessuti esteticamente belli e stravaganti, molto resistenti, economici, di facile utilizzo anche se meno pregiati.